Quarantenni e lavoro: 4 ragioni per cui i quarantenni di oggi sono la Generazione Out

I Quarantenni di oggi sono stati definiti la Generazione Out, almeno rispetto al mondo del lavoro e qui ti ho spiegato da chi, dove e perché.

In questo post, invece, voglio andare più nel dettaglio e spiegare la mia visione della Generazione Out. E come questa generazione possa riscattarsi, diventando la Generazione In.

Prima di parlare delle 4 ragioni per cui i quarantenni sarebbero out, faccio una precisazione. Quando parlo di quarantenni non mi riferisco solo a chi ha effettivamente 40 anni. Se i Millennial (per me) sono tutti quelli che hanno una visione aperta della tecnologia e del mondo del lavoro, a prescindere dall’essere nati dopo il 1980, i Quarantenni di cui parlo qui sono quelli con un approccio al lavoro e alla tecnologia diametralmente opposto ai Millennial. Che per puro dato statistico i primi abbiano un’età tra i 25 e i 35 anni e i secondi tra i 35 e i 45 anni, è per me un fatto secondario. Ancora una volta, l’età non conta.

Fatta questa premessa, torniamo al punto principale.

Perché noi in zona 40 siamo out nel mondo del lavoro? Sostanzialmente per queste 4 ragioni:

  1. Siamo legati a un’idea di lavoro che non funziona più
  2. Siamo poco digitali
  3. Pensiamo che le nuove tecnologie digitali non siano fondamentali per il nostro lavoro
  4. Abbiamo paura di rischiare

Cominciamo dal primo punto.

1. I quarantenni di oggi sono out perché legati a un’idea di lavoro che non funziona più

Noi quarantenni o pseudo tali siamo legati a un’idea di lavoro che io sintetizzo nel ciclo Studio-Lavoro-CarrieraForse-VitaPrivataPoi. Un’idea che si basa su due convinzioni:

  1. Non importa quale lavoro trovi, basta che trovi un lavoro, meglio se fisso
  2. Più ore lavori, più produci.

La prima convinzione, il sopravvalutato posto fisso, porta spesso ad accontentarsi di lavori che hanno poco a che fare con aspirazioni, percorso di studi, attitudini e che talvolta si finisce col detestare. Tutto questo, in cambio uno stipendio sicuro, dove sicuro non significa necessariamente più alto. Questo capita più facilmente all’inizio della vita lavorativa, quando l’importante è entrare nel mondo del lavoro. Ma poi si rischia di portarselo dietro anche dopo poiché, più tempo si passa a fare un lavoro che non ci appartiene, più sarà difficile cambiare.

La seconda convinzione, invece, è figlia legittima di chi ancora non ha capito in che era viviamo. Da un lato è scientifico che il rapporto tra produttività e ore lavorate non sia affatto lineare. Dall’altro, gli strumenti tecnici e digitali oggi semplificano e velocizzano il lavoro, regalandoci (almeno in teoria) più ore per noi stessi.

In ufficio, ore 18:00. Tu: "Io vado, ci vediamo domani". Tuo collega burlone "Ah, oggi mezza giornata?!"

Fortunatamente qualcosa inizia a cambiare. Aziende come Amazon o nazioni come la Danimarca stanno testando o sono passati definitivamente a una giornata lavorativa più breve. Non perché si possano permettere di lavorare di meno, ma perché hanno capito che un dipendente con più tempo per sé è un dipendente più felice, motivato, concentrato e quindi produttivo.

Anche se in Italia i risultati di questa riflessione tardano ad arrivare, nutro buone speranze che le cose cambino nel medio periodo.

Ma da dove nascono queste convinzioni?

Ho una buona notizia per te (finalmente). La colpa di tutto questo non è tua!

Per anni schiere di genitori, professori e manager ci hanno insegnato che se studi, ti laurei con buoni voti, accetti di lavorare per due soldi e di svolgere mansioni di pochissimo concetto, hai voglia di imparare, sei sveglio e ti impegni, un giorno forse potrai fare carriera in una bella azienda!

E quando ci sarai riuscito? Beh, allora potrai finalmente lavorare 12 ore al giorno, partecipare o persino condurre interminabili meeting, gestire team, aprire task, districarti nel project management, fare pablicrelascionsss, organizzare video e call conference. E tutto questo ti farà guadagnare abbastanza (che non vuol dire tanto) da poterti godere la tua vita per ben…rullo di tamburi…un intero fine settimana! Ooolè! Che poi tra il lavoro che rischi di portarti a casa e le ore che dovrai pur dedicare al sonno, si ridurrà sì e no a 24 ore.

Ma come si fa, in un giorno, a costruire la vita?

(Discorso tipico dello schiavo, Silvano Agosti)

Eccolo qua, il mitico ciclo Studio-Lavoro-CarrieraForse-VitaPrivataPoi. Sia chiaro, non sto qui a disquisire sul senso della vita. E se tutto questo ci rende felici, va benissimo.

Ma cosa succede se nonostante lo studio, l’impegno, le call, i team, i task, quell’obiettivo di carriera non arriva? Se l’agognato e più volte promesso contratto a tempo indeterminato non arriva? Oppure se la promozione, l’aumento di stipendio, la gratificazione personale non arrivano? O peggio, tutto questo arriva, ma ti rendi conto che non ti ha portato la felicità? Che fai?

Ecco, chi oggi si trova in questa situazione – non pochi in questo periodo storico in Italia – può senza paura dirsi parte della Generazione Out.

2. I Quarantenni di oggi sono out perché poco digitali

Punto due: il tallone d’Achille dei Quarantenni è la tecnologia.

Abbiamo vissuto la nascita di Internet, dei telefonini, delle chat e dei giochi on-line. Facevamo a gara di velocità di scrittura, quando è uscito il T9. Siamo corsi a iscriverci su Facebook quando è arrivato in Italia. Eppure oggi facciamo una fatica bestiale a credere che la tecnologia possa migliorare il nostro lavoro.

Molti di noi si sono convinti che queste nuove tecnologie digitali, smartphone e social network in primis, non siano altro che strumenti di cazzeggio globali. Il che è sacrosanto, se le si usa solo per andare a caccia di Pokemon o commentare selfie. Ma, usate nel modo giusto, le nuove tecnologie possono davvero esserci utili sul lavoro.

LinkedIn è l’esempio più evidente di come un social network, usato correttamente, aiuti ad aumentare la credibilità professionale, generare nuove relazioni con partner e clienti, trovare un nuovo lavoro. Può anche farci apparire degli idioti interstellari se usato nel modo sbagliato, ma questo non lo affronteremo qui oggi.

Lo stesso Facebook, re indiscusso del cazzeggio sociale, può diventare uno strumento utile di personal branding professionale, se gestito con buon senso. E infatti sempre più aziende, anche in Italia,  scrutano i profili Facebook dei loro potenziali candidati. Quindi, fossi in te, rimuoverei quel video imbarazzante al matrimonio di tuo cugggino…

Infondo i social network non sono altro che degli enormi contenitori e sta a te decidere se riempirli di contenuti interessanti per il tuo lavoro o di selfie e gattini.

E che dire della tecnologia come strumento di lavoro efficiente?

La tecnologia non è solo social network, YouTube e blog. Queste sono solo le tecnologie dell’ultimo millennio, che permettono di fare quello che quelli bravi chiamano personal branding.

Tecnologia è anche tutto quello che ti rende più efficiente sul lavoro. Che poi è l’obiettivo primario per cui nasce, almeno in origine.

Bene. Magari i Quarantenni che mi leggono sono maestri delle pivot di Excel o magari credono che queste abbiano a che fare con il basket. Ma restando in ambito aziendale, ne ho visto tanti perdere ore preziose perché ignari delle potenzialità di un banale foglio di calcolo o incapaci di fare una formattazione decente con Word. Per non parlare di quando si passa a strumenti più complessi di Business Intelligence o CRM (Customer Relationship Management).

E il problema principale non è il non saper usare questi strumenti di lavoro. Per quello si può sempre imparare. Il problema principale è che tanti, per lo più in zona 40, sono convinti di non aver bisogno di imparare a usare questi strumenti. La risposta media è:

Mah, ho sempre fatto così…

Insomma, la scarsa conoscenza tecnica e tecnologica si traduce in perdita di opportunità, di tempo e di produttività.

E, se siamo messi così, ce lo meritiamo di essere la Generazione Out!

3. Molti Quarantenni sono out perché pensano di non aver bisogno del digitale

Come ho detto, molti Quarantenni credono che conoscere le nuove tecnologie non sia fondamentale per il loro lavoro.

Se sei tra questi e credi che i tuoi anni di esperienza possano compensare l’ignoranza delle nuove tecnologie, ho una cattiva notizia. Non durerà!

In questo articolo ti ho fatto solo 4 esempi di Millennial di successo, volutamente italiani. Ma siamo nell’era in cui ragazzi poco più che adolescenti, in tutto il modo e spesso senza neanche una laurea, aprono start up e lanciano business online. I più bravi di loro guadagnano in un mese quello che un dirigente guadagna in un anno!

Qualche esempio? Saprai già che Facebook è stato inventato da Mark Zuckerberg quando era ancora all’università. Whatsapp, dall’allora trentenne Jan Koum, un Millennial per vocazione con una storia incredibile.

Sì, vabbè questi sono colossi e allora tanto vale infilarci pure Bill Gates, Steve Jobs, mia nonna… 

Ok, allora torniamo da questa parte dell’oceano. Conosci Stockard, una delle app di infoshopping più scaricate in Europa? È stata inventata da due studenti tedeschi, durante un viaggio in Australia.

Tu in vacanza passi la giornata sotto l’ombrellone, mentre questi Millennial ti tirano fuori delle idee milionarie! Un’epoca senza precedenti!

Ora però riportiamo tutto a una dimensione più familiare: la piccola e media impresa all’italiana. Prendi l’ultimo stagista appena arrivato nella tua azienda. Sì, lui o lei, che molti considerano l’anello di congiunzione tra l’uomo e il data entry. Scommetto che è un Millennial e, se è sveglio e capace, quanto credi che ci metterà a…farti le scarpe?

Dannati Millennial che ci rubano il lavoro! Ma aiutiamoli a casa loro! 

L’hai pensato, di’ la verità. Certo, finché continueremo a troncare i loro contratti fuffa e a sostituirli con nuovi stagisti semestrali, rallenteremo il processo. Ma sarebbe anche ora di dar loro il giusto spazio in azienda, non credi? Così, presto o tardi noi, ormai ben più che quarantenni, dovremo rispondere a capi di gran lunga più giovani e in gamba di noi. E se non ci adegueremo in fretta, parleranno anche un linguaggio a noi incomprensibile!

 4. I Quarantenni di oggi hanno paura di rischiare

Ed ecco l’ultima delle 4 ragioni per cui i Quarantenni di oggi sono la Generazione Out. La paura di rischiare.

Siamo talmente abituati a pensare che l’unica strada praticabile sia il posto fisso che, per quanto malediciamo il momento in cui l’abbiamo accettato, non prendiamo neanche in considerazione delle alternative.

Per esempio, se non hai più alcun interesse per le dinamiche aziendali, hai mai pensato di metterti in proprio?

Sì brava, di questi tempi con la crisi che c’è, mi vado ad aprire una partita IVA?

Nessuno dice che sia facile e di sicuro non è per tutti. Ma cominciare a prendere in considerazione che ci sono altre opportunità, altre strade da seguire, è già un inizio. E i motivi per cui non facciamo questo passo sono tanti: ho un mutuo, tengo famiglia, non voglio rinunciare al contratto attuale per uno a forma di Jobs Act.

Tutte ragioni valide, intendiamoci. Ma alla base di queste di solito c’è la paura di rimettersi in gioco e di fallire. Una paura talmente insormontabile da farci rinunciare ai nostri obiettivi.

Oh, sia chiaro, non sto dicendo di mollare il lavoro e mandare tutti a fancooler. Ma convincersi che l’idea di lavoro a cui ci hanno abituati non è l’unica possibile, è già un passo avanti per uscire dalla condizione di Generazione Out e avviarsi verso la Generazione In.

Come può la Generazione Out diventare la Generazione In

E siamo giunti finalmente alle conclusioni: come possono i Quarantenni di oggi riscattarsi e passare dalla Generazione Out alla Generazione In?

Ok, lo scenario fin qui descritto non è il massimo: siamo la Generazione Out, che già dal nome non ispira niente di buono. Siamo schiacciati tra genitori, insegnanti e capi spesso refrattari al cambiamento e Millennial che presto ci divoreranno. Abbiamo poca dimestichezza con il digitale e ci sentiamo bloccati, in gabbia.

Non è che abbia una formula magica per uscire da questa situazione. Qui si richiede un cambiamento epocale che coinvolge mentalità radicate, istituzioni, aziende. Però qualche suggerimento per migliorare, se non il Paese in cui viviamo, almeno le nostre vite, ce l’ho. Te ne do 3…più 1.

Suggerimento n° 1. Imparare dai Millennial (quelli bravi) a:

  • sperimentare nuove forme di comunicazione digitale: non esistono solo Facebook e Whatsapp! Mai sentito parlare di Snapchat?
  • non aver paura delle nuove tecnologie: no, smartphone e social network non sono il male, se sai come usarli!
  • pretendere delle gratificazioni sul lavoro, meritandocele ovviamente: non devi dire grazie se hai un lavoro!

Capire chi sono i Millennial e parlare la loro stessa lingua è una cosa che conviene a tutti: che siamo i loro capi, i loro genitori o un brand che si rivolge a loro.

Naturalmente abbiamo anche noi qualcosa da insegnare ai Millennial. Sì perché anche se sono svegli (non tutti), iperconnessi e giovani, hanno anche grossi problemi di attenzione e difficoltà a relazionarsi con le alte sfere o con i clienti. Proprio come noi appena usciti dall’università, non sanno una cippa del mondo del lavoro!

Suggerimento n° 2. Cogliere le opportunità che ci dà il web

Il web ci apre infinite possibilità di guadagno alternativo o anche solo integrativo, anche a Quarantenni con pochissime competenze digitali.

E non parlo di sistemi piramidali e altre truffe. Ma esistono modi legali e remunerativi per dar vita a dei veri business online. La rete comincia a riempirsi di corsi su come guadagnare online, anche per principianti.

Non ti dico di seguirli, ma prova a cercare con Google “come guadagnare online”, leggi qualche articolo e poi dimmi nei commenti se non ti si apre un mondo!

Suggerimento n° 3. Sperimentare strade alternative per raggiungere i tuoi obiettivi

Uno dei problemi di questa generazione di Quarantenni è che, quand’anche riusciamo a superare la paura del fallimento e proviamo a mettere in atto un cambiamento, lo facciamo con le strategie di sempre. Il che, in genere, ci porta a ottenere i risultati di sempre.

Esempio: se vuoi cambiare un lavoro che non ti piace, cosa fai? Probabilmente manderai valanghe di CV tramite siti e portali, forse anche LinkedIn, così ti senti più digital. Poi aspetti e aspetti…anche per mesi. E quando finalmente qualcosa si muove, sei talmente stremato e frustrato, che accetteresti qualunque cosa. Così torni al punto di partenza!

Lo sai che le probabilità di riuscire a trovare il lavoro dei tuoi sogni con questa modalità sono infinitamente basse? Funziona molto meglio coltivare un network di professionisti che fanno quel lavoro e che operano in quel settore in cui vorresti entrare. E se poi condividi con loro contenuti, consigli e opinioni, hai modo da un lato di capire fino in fondo cosa ti appassiona davvero e in cosa sei bravo e, dall’altro, di dimostrare davvero di essere competente in quel particolare ambito. Non ti limiti a dirlo in un CV o a raccontarlo in un colloquio, lo dimostri!

Il mondo del lavoro è cambiato e sono cambiate anche le modalità di accesso a questo mondo del lavoro.

Suggerimento +1. Seguirmi! 🙂

Infine ci sarebbe un’ultima cosa che puoi fare per aiutarti a diventare un Quarantenne della Generazione In: puoi seguire il blog di Generazione In!

Spero di essere riuscita a darti qualche spunto di riflessione e, se è così, dimmelo nei commenti. Raccontami cosa fai per non sentirti Generazione Out. E se questo post ti è proprio piaciuto da matti, puoi anche condividerlo sui tuoi profili social.

Beh, ti auguro una buona riflessione e Buone Feste!

Ci vediamo dopo il panettone…sempre che sopravviva al mio Natale al Sud: dal 24 dicembre, in tavola! 😉

Ciao

 

Sull'autore

Stefania

Ciao, sono Stefania e mi sono messa in testa di poter raccontare a chi non ha dimestichezza con le nuove tecnologie, come cogliere le nuove opportunità che offre questa trasformazione digitale in corso.

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